LE

MEMORIE

RECENTI

 

LE TRAME DEL PASSATO RECENTE PER RIGENERARE IL TESSUTO SOCIALE DEI QUARTIERI

 

Premessa all’idea progettuale.

Proporre di considerare un’entità astratta, quale il passato collettivo, come «Bene Comune» sembra quasi un ossimoro. In realtà è perifrasi molto esplicativa, volta a sottolineare che l’immaterialità di un ricordo può divenire uno strumento concreto di rinnovamento sociale.

La storia, ovvero il passato collettivo, è così intesa come percorso complessivo, come l’elaborazione e la trasmissione, di generazione in generazione, di sapere e di strumenti critici. Non quindi di fatti, ma di strumenti.

Spesso percepito come distante, il passato remoto è vissuto come antitesi al futuro, evidenziando quanto in realtà la crisi non sia della storia, ma delle categorie ad essa congiunte, quelle di tempo e spazio.

Il quadro, ahimè attuale, è quello ormai ristretto del relativismo assoluto, culturale ed etico, che pare si orienti verso lo smembrare più che unire, avendo raggiunto l’apice delle libertà soggettive al cospetto dell’idea di comunità.

Questo estremo ha prodotto individualismi e specularmente iperrealismi, ma forse anche un’esigenza di collettività.

Il tema affrontato dal progetto è, come si vede, spinoso e necessita di lungo confronto nella prospettiva di un’elaborazione speculativa coerente che possa avvalersi di un eterogeneo gruppo di lavoro. Le istanze disparate che il dialogo saprà cogliere, andranno a maturare un disegno quanto più possibile privo di contraddizioni e una linea di pensiero comune e generatrice di obiettivi.

Lo sviluppo verso la concretezza. Il progetto implica una serie di possibili azioni di recupero della memoria recente dei singoli quartieri, attingendo alle esperienze persistenti attraverso i segni ancora leggibili.

Piccoli segni di una storia ancora riportata a voce, che ha a tutt’oggi come mezzo preferenziale la trasmissione orale. Intendo quindi le tracce verbali coniugate a quelle materiali che spesso fatichiamo a riconosciamo come meri segnali del passato.

Se è necessario, infatti, che trascorra un tempo per dimenticare prima che si realizzi la memoria del passato, quello su cui si intende lavorare è il ricordo: la memoria è una esigenza di valore etico, il ricordo, invece, un’esigenza diremmo “interiore”. L’una è costruita, l’altra sentita, provata.

Il ricordo implica infatti un coinvolgimento emotivo, perché è una sorta di “presente del passato”.

Esso ricorre agli oggetti, le forme fisiche e concrete della memoria, sia essa remota o recente.

Inoltre, un surplus emotivo, atto al coinvolgimento profondo, si sviluppa mediante la narrazione: è in questa dimensione che l’oggetto diventa storia e che la storia riesce a creare intimità tra gli interlocutori.

La memoria recente con le sue circostanze, delle quali ancora siamo intrisi attraverso il transfer delle persone a noi care che le hanno vissute, gode di un elemento che il passato remoto non ha: l’emotività partecipativa.

Quella intimità identificativa sa coinvolgerci personalmente e crea un legame con il luogo e con le persone del luogo “toccate” dalla storia.

Il concetto di Bene Comune Immateriale parte quindi dalla non-materia per sviluppare la materia, senza però trascurarla. È un istituto tecnico che svolge parallelamente educazione intellettuale e materiale.

Non uno sforzo induttivo attraverso le cose, ma deduttivo attraverso le idee.

È il compito, a ben vedere, dell’educazione.

Le azioni pratiche. Lo sforzo si rivolge ai quartieri, intesi come unità collettive urbanistiche. Alcuni di essi hanno in loro stessi la contestualità della pianificazione e la dimensione del gruppo: hanno perciò le potenzialità rapidamente accessibili per raccontare una storia comune.

Per ogni quartiere selezionato (se segnaleranno alcuni come progetto pilota) si potrebbero individuare le tracce materiali della storia del quartiere.

Piccoli elementi sempre sottovalutati che segnalo per quel che conosco: le targhe sui palazzi INAcasa, i pulisci-stivali ancora presenti per esempio nel quartiere Milizia, i ganci per gli animali davanti alle porte dei quartieri post-sfollamento, l’ultimo dei cancelli in ferro battuto davanti all’androne di un palazzo di Spine Bianche, il colore storicizzato di un palazzo in un quartiere storico, un albero, i ballatoi comuni (spesso “privatizzati”), il locale panificio a Lanera e altri segnali che di volta in volta potranno essere indicati dagli abitanti stessi dei quartieri.

La ricerca dei segni del ricordo diviene allora la ricerca dei segni di comunità, trovando un senso nella loro tutela.

Mi preme molto sottolineare che questo progetto ha un duplice scopo:

  • la protezione di un coerente sviluppo urbano, nel senso della tutela di questo;

  • la costruzione di un tessuto sociale attraverso le storie comuni.

Il progetto trova la sua urgenza in entrambe le attività: la degenerazione dei quartieri è spesso l’esito nefasto del vivere la propria casa come semplice luogo in cui mangiare e dormire, un vissuto non-vissuto che porta alla disaffezione e all’assenza di cura.

Nel contempo si registra la necessità di definire dei vincoli operativi sui segni del passato recente.

Il progetto, quindi:

  • vedrà la partecipazione attiva degli abitanti dei quartieri pilota che metteranno in comune i ricordi per costruire le storie;

  • coinvolgerà le associazioni di volontari (tra le quali certamente Italia Nostra) che pianificheranno le operazioni;

  • vorrà il coinvolgimento dell’Ente preposto alla tutela, che ha in sede un funzionario demoetnoantropologo, per stilare un elenco ufficiale degli oggetti storicizzati, beni in tutela, mediante le schede redatte dai gruppi succitati.

In una prospettiva di sviluppo ottimista oltremodo rosea e ambiziosamente utopistica, aggiungo quale obiettivo ultimo seppur non ultimo quello dell’intessere relazioni individuali, spesso di sopita coscienza civica, nella dimensione intima dei sentimenti universali.

Imparare ad avere coscienza di un proprio ruolo nel mondo attraverso il rapporto, forse oggi troppo desueto, tra interiorità/realtà, tra ascoltare/sentire, tra fare/provare, che non sono dicotomie ma binari umani.